Letteratura e industria degli anni '60,anbito scolastico: Italiano; Docente: Nascetti

LETTERATURA E INDUSTRIA

Autore:

Paolo Volponi

 

Home
Sistemi
Telecom
Elettronica
Italiano
Storia
Inglese
Ed.Fisica
Progetto personale
Chi sono

 

 

Negli anni Sessanta si sviluppò nella cultura italiana un ampio dibattito sui rapporti tra la letteratura e la nuova società  industrializzata.

Uno dei protagonisti di questo dibattito fu lo scrittore Elio Vittorini (1908-1966), autore di famosi romanzi  quali Uomini e no, Il garofano rosso, Conversazione in Sicilia.

Nel 1961, sulla rivista «Menabò» da lui diretta, lo scrittore affermò che la letteratura non poteva limitarsi a «descrivere» il mondo, sostituendo nuovi temi (la fabbrica, il lavoro degli operai, la città) a quelli tradizionali, ma doveva analizzare e rappresentare i mutamenti avvenuti nei comportamenti, nella psicologia, nel modo di essere dell'uomo.

Negli anni successivi fiorì una ricca produzione narrativa definibile come «letteratura industriale».

 I romanzi appartenenti a questo filone ci offrono, scrive Bigiaretti, «la versione moderna, aggiornata di un aspetto della infelicità umana: la infelicità dell 'uomo alienato, mercificato ». Gli scrittori, cioè, raffigurano la vita di uomini condizionati e soffocati dalla società di massa a cui non riescono a ribellarsi.

Affrontano queste tematiche i romanzi Donnarumma all'assalto (1959) di Ottiero Ottieri, La vita agra (1962) di Luciano Bianciardi, Memoriale (1962) di Paolo Volponi, e la poesia Una visita in fabbrica (1965) di Vittorio Sereni. Osserviamo, tra l'altro, che sia Ottieri che Valponi lavorarono all'Olivetti e proprio lì sono ambientati i loro romanzi.

Riportiamo qui di seguito un passo tratto dal romanzo di Paolo Volponi "Memoriale". Il protagonista è Albino Saluggia, un contadino piemontese assunto dopo la guerra in una fabbrica in cui è facile riconoscere la Olivetti. Di anno in anno, anche per le esperienze vissute nell'ambiente di lavoro, egli vedrà svilupparsi ed esplodere le nevrosi che già da tempo lo turbavano. La narrazione è in prima persona. Il brano è tratto dalla parte iniziale del romanzo:

 

"Grosset ci spiegò adagio e molto bene ogni pezzo della FP3, facendocela ogni tanto funzionare e invitandoci a vedere il lavoro degli operai del suo reparto, per chiarirci meglio qualche dettaglio, specie di quegli operai che avevano bisogno della sua guida o per il funzionamento delle fresatrice o per qualche particolare problema del pezzo in lavorazione.

Ogni operaio doveva fare trenta pezzi all'ora, cioè un pezzo ogni due minuti: prendeva il pezzo dalla cassetta dei grezzi che gli arrivava dalla fonderia ogni mezza giornata, lo lavorava e lo metteva poi nella cassetta dei finiti; tutto in due minuti.

Il lavoro era molto, tanto che il pezzo finito sembrava diventato d'argento. Gli operai erano tutti uomini seri che andavano avanti bene e con calma. Anche quando smettevano un attimo per regolare il mandrino porta-attrezzi o la presa dell'aria compressa erano calmi e non si preoccupavano di perdere tempo.

Avevano tutti press'a poco la mia età, forse qualche anno di più, ad eccezione di un giovanissimo e di due sui cinquant'anni. Nel reparto di Grosset erano ventitrè e con noi sarebbero stati ventisette, costituendo il reparto forse più grosso di tutte le officine.

Vestivano tutti allo stesso modo, o così mi sembrava per l'uniformità dell'ambiente, delle macchine e del lavoro che poteva annullare le piccole differenze.

Alle cinque, noi quattro nuovi avevamo avuto la prima spiegazione di Grosset e potevamo incominciare qualche esercizio pratico. Prima di ogni altro il modo di stare alla fresatrice, in tutte le posizioni necessarie per impostare il lavoro, per avviare la forza motrice e seguire le lavorazioni.

Grosset mise in moto la macchina e poi la fermò e volle che ciascuno di noi ripetesse i suoi gesti. Tutto andò bene. Io mi sentivo bene, anche se lavoravo con il mio abito buono e pesantissimo che mi faceva sentire molto caldo; ma Grosset non mi disse mai di togliermi la giacca.

Quando si trattò di fare il primo esercizio con una fresa innestata, Francesco Pinna si fece avanti dicendo che toccava a lui giacché la macchina si chiamava come lui F.P..lo riuscii nel primo esercizio come gli altri tre, anche meglio. Grosset disse che avremmo potuto cominciare a lavorare con l'allenatore dopo una settimana e dopo un'altra settimana forse già nel reparto per la produzione.

Un quarto d'ora prima dell'orario di chiusura il capo ci rimandò all'Ufficio Personale. Lì ci consegnarono la cartolina-orologio, indicando ci dove custodirla e come servirsene. Ci dissero di andare allo spaccio interno per l'acquisto degli indumenti da lavoro. Io camperai una tuta, a due pezzi come un abito borghese.

Uscii dalla fabbrica con il mio pacchetto sotto braccio, molto stanco e, appena l'aria di fuori mi investì con un caldo diverso, molti problemi s'affollarono nella mia mente.

Ebbi paura, una fortissima paura di aver sbagliato tutto e di essere tornato nelle disgrazie dell'esercito.

Mi sembrava di essere lontanissimo da Candia e da casa mia e di non poter trovare la strada per tornarci, tra tutta quella gente che usciva e che si salutava con un ultimo discorso, a voce alta e con una convivenza che non era per me e che mi allontanava ancora di più da tutti loro".

 

Operai a lavoro in una fabbrica